Non siamo mai stati i primi fan di Glenrothes, e forse neanche i secondi. Però la distilleria dell’omonimo paesino dello Speyside non riesce a starci antipatica, perché fallire prima di essere costruita interamente è un destino che solo i grandi possono incontrare. Colpa del fallimento della Glasgow Bank che a cavallo fra XIX e XX secolo complicò i piani degli investitori che la stavano costruendo, ma insomma, iniziare così non è facile: è come andare al primo appuntamento accompagnati da Ansalone che parla dell’amore sensuale fra uomini e animali.
Il resto della storia è stato un passarsi la palla fra Berry Bros & Rudd, il mercante di vini proprietario del blended Cutty Sark in cui Glenrothes faceva la parte del leone di malto, ed Edrington, che attualmente è proprietaria del marchio.
Curiosità: BBR durante gli anni di gestione della distilleria puntò curiosamente sui vintages, mentre ora – dopo svariati NAS di dubbia fama – Edrington è tornata a puntare sugli age statement. Tra questi, oggi assaggiamo il 18 anni, che è di un bel colore oro ramato.

N: ecco, ci eravamo momentaneamente scordati perché al nostro funerale non vorremmo fosse servito Glenrothes: perché puzza. Si apre sporco, metallico, con una forte patina sulfurea e una sensazione di serrature arrugginite, vomito, gomma impolverata e stuoie. Un’anticamera olfattiva davvero niente male. Non è inconsueto, è lo spirito stesso ad essere eccentrico e ricco di screziature, non tutte delicate. Inoltre, l’uso di botti di sherry contribuisce a quelle pennellate di arancia marcescente, di nocino. Ci sono anche frutta rossa (fragole), caramello (la crostata di caramello e noci pecan) e un’oleosità variegata, tra olio di sansa e olio motore. Di sicuro non è un whisky flebile.
P: al palato è meno devastante l’impatto con il lato dirty, e sembra decisamente uno sherried moderno. Che significa? Beh, da una parte la dolcezza (Mars, cioccolato al latte, caramello, un po’ artificiale); dall’altra il barile, con quintali di frutta secca e spezie. Noci, nocciole, zenzero e cannella. E un tiramisù non cremoso, più una barretta al tiramisù diciamo. In generale è piuttosto secco, siamo nei territori dello sherry più “nutty” che “fruity”. Non è un prodigio di complessità, ma ha aggiustato gli sgarbi olfattivi.
F: deludente e corto, quasi assente. Gianduia, cannella, chiodi di garofano e sciroppo d’acero.
Eh, come dice il nostro dietologo quando guarda i nostri esami del sangue: così non va. Non è un whisky drammatico, eh. Però non è neanche buono, secondo noi. Il naso è quasi sbagliato, anche al netto del fatto che lo spirito di Glenrothes è spesso così sporcaccione. Il palato si stabilizza e diventa anche abbastanza piacevole, salvo poi scomparire nel finale. A Serge non è dispiaciuto per nulla, invece a noi ha fatto indispettire, perché ce lo aspettavamo migliore. 82/100. Se vi viene voglia di assaggiarlo, lo trovate qui.
Sottofondo musicale consigliato: Sick Tamburo – Il mio cane con tre zampe
