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Botti da Orbi: Exit level 2

Sentivate nostalgia di quei distillati infausti, fastidiosi come piaghe da decubito? Bene, sono tornati. Sono loro, i whisky per smettere di bere whisky.
Dopo essere sopravvissuti al primo Exit level e aver sconfitto tutti i mostri nemici dei buongustai del malto come in un videogioco sparatutto, affrontiamo il secondo livello. La missione è sempre la stessa: non lasciare che malti orribili e blended spietati pieghino la nostra passione e ci facciano venire la nausea del whisky. Riuscirà il protagonista ad uscirne indenne? Oppure chiuderà per sempre con i dram per dedicarsi ai drum? Forza, sotto a chi tocca, non ci fate paura.

Brenne Cuvée Spéciale (2019, OB, 40%)
Brenne è una distilleria situata nella regione del Cognac, dove se distilli orzo invece di vino a base Ugni blanc già qualche problema tuo devi averlo. A presiederla e dirigerla è Allison Parc, ex ballerina che appese le scarpette al chiodo ha deciso di creare il primo whisky francese invecchiato in botti vergine di quercia Limousine e barili ex Cognac. Questa “cuvée spéciale” che non si sa bene a cosa alluda è un single malt NAS. La bottiglia somiglia a quella di certi olii. N: mon Dieu! La zaffata è rancida e molesta. Subito vien da pensare a una latrina molto molto bagnata. Eppure no, è altro, e subito dal cielo cala minacciosa come il pugno di Zeus… una banana! Ecco cosa domina il naso: un respingente senso di banana spiaccicata e marcescente, mai sentita così netta nemmeno nelle banane a livello di colorazione tipo “testa di moro”. Accanto, un ricordo dell’infanzia che fa rabbrividire: quelle polverine o pastiglie di vitamina B, dolciastre e nauseanti. Poi ancora, sempre per rivangare memorie infantili, una incredibile Big Babol. E della Coca cola. Insieme. Intorno si spande come una pozzanghera un senso di vaniglia e frutta marcia (kiwi, guava), col suo bel liquido marroncino che cola ovunque. Gomma da masticare e marshmallow. P: osceno. Acquoso e inconsistente, riesce nella non facile impresa di essere scandalosamente dolce e artificiale (ancora sciroppo medicinale e ancora la banana putrida che su tutto incombe) e nel contempo amarognolo. Qualcosa di sciroppo d’anice. F: cartone su cui è stato rovesciato dello sciroppo che qualcuno ha cercato di asciugare con la segatura. Un filo di vaniglia e del bagnoschiuma al cocco, incredibilmente la bocca non resta abominevole.
Guardando sul sito, scopriamo con un sospiro di sollievo che l’ottima Allison si è accorta della stecca e della “cuvée spéciale” non vi è più traccia. All’inizio della carriera da distillatrice un errore ci sta, è la classica scivolata su una buccia di banana… 54/100

Sunken still Belgian single rye (2018, OB, 42%)
La storia dietro questo marchio (e dietro al nome) è spettacolare: durante la Grande guerra, gli operai della distilleria Filliers decisero di affondare gli alambicchi nel fiume Rekkelinge per impedire che i tedeschi si appropriassero del rame. Il whisky è un omaggio a quell’atto di coraggio, e vi assicuriamo che anche bere un “Belgian single rye” di 3 anni non è atto da codardi. C: oro carico. N: profumo. Nel senso di quei tester che ti spruzzano addosso quando entri alla Rinascente. Cedrata, té alla pesca e sangria bianca. Fiori d’arancio ovunque, anche acqua di fiori d’arancio, quella della pastiera napoletana. Tutto ha un’aria artificiale e un po’ dozzinale, ma non rivoltante. Certo, non sembra whisky. P: una Caporetto sul fronte delle Ardenne. Crolla tutto, in bocca rimangono solo rovine di gommose Haribo alla banana, ruderi di legno con appiccicata della colla sintetica, una devastazione artificiale di caramella piccante. Manca solo l’iprite (questa è per nerd storici). F: zucchero, legno, caramella ai chiodi di garofano.
Quanta amarezza in questa dolcezza drammatica. Il naso, seppur particolarmente spinto su note di bibita zuccherata, non era catastrofico. Ma il palato denuncia tutta la pochezza del distillato e dell’invecchiamento. E quel che è peggio, le note di rye non si percepiscono se non in un retrogusto piccantino vago. Meglio rispetto al bretone precedente, ma non siamo sicuri che gli eroici lavoratori della Filliers siano stati commemorati al meglio con questa roba qui: 63/100. Ne hanno rilasciata un’edizione a grado più alto invecchiata 5 anni, si spera in grandi miglioramenti.

George Dickel Tabasco barrel finish (2020, OB, 35%)
Ci vengono i sudori freddi solo a vedere l’etichetta. Poi leggiamo come lo fanno e ci vengono anche le lacrime agli occhi. In sostanza, prendono il classico Tennessee whiskey George Dickel (mash 84% mais, 8% segale, 8% orzo maltato) e lo lasciano un mesetto nei barili in cui ha riposato il Tabasco, la famosa salsa piccante della Louisiana a base di spezie e aceto. Poi la salsa viene anche distillata e blendata al whiskey, prima di diluire il tutto a 35%. Se esiste l’inferno, deve essere così, con Lucifero che distilla queste oscenità. N. occorre un po’ di immaginazione. Prendete della candeggina, metteteci alcol rosa, violette e aceto. Mescolate il tutto ed avrete il naso chimico e drammatico di questa cosa. Un’idea di mele gialle, forse pomodori acidi, friarielli bruciacchiati. Tutto coperto da sciroppo d’acero. Il cervello ci avverte: non lo fate, non bevetelo. P. invece noi no, volevamo proprio provarci. Ed è un’esperienza incredibile. Si apre con una dolcezza impressionante di zucchero liquido, poi dopo un secondo esplode il piccante del Tabasco, che è totalizzante. Non è un whiskey, è un liquame al peperoncino che farebbe andare in choc un diabetico da tanto è dolce. Sa anche di cocco, moltissimo, e banana spiaccicata. Il che non gli impedisce di essere un rimedio contro la stipsi. F. angosciante. Quasi letale per le papille gustative.
Il Tabasco a noi piace. Ma sulla carne, cazzo, non in un bicchiere di whiskey. Forse può avere un senso malsano in mixology, ma così è un attentato. Al buon nome della distilleria, al Tabasco di cui celebra indegnamente i 150 anni di vita e soprattutto ai nostri palati. 45/100.

Abasolo El whisky de Mexico (2020, OB, 43%)
Hola amigos queridos, dopo la Louisiana del Tabasco passiamo in Messico, per un distillato solo da mais ancestrale: varietà Cacahuazintle, coltivata da 200 generazioni negli Stati Tlaxcala e Puebla. Il mais viene sottoposto a “nixtamalizzazione” (cottura tradizionale) e poi a una fermentazione di 120 ore. Poi doppia distillazione in alambicchi discontinui e maturazione dei barili all’esterno. Madre de Dios… C: paglierino scarico. N: solventi sversati nei silos. Ci saremmo aspettati qualche bella zaffata di pop corn, ma purtroppo nemmeno questo. Il mais è quello in scatola, dolciastro, un po’ nauseante e stagnante nella sua acqua. C’è anche una nota di scatola di metallo proprio, a rendere tutto ancor più artificiale. Non c’è frutta, non c’è legno ad eccezione di qualche tocco di vaniglia (anche questa artificiale, quasi latte condensato vanigliato). Qualcosa di distillato informe, una vodka malgestita. P: non è che diventi buono, ma almeno non fa venire voglia di farsi sparare dai Narcos piuttosto di berlo. Molto basico, con cereale dolce, ancora vaniglia. Una nota di spirito rude, alcol che bruciacchia la bocca, limone. Stop. F: amarognolo e dolciastro insieme, ricorda certe grappe artigianali grezze. Spezie del legno e un che di caramella gommosa.
Apprezziamo l’eroismo di questa distilleria a 2.300 metri di altitudine e il suo tentativo molto Slow Food di esaltare la materia prima tradizionale, ma suggeriamo di utilizzare la prossima volta il mais Cacahuazintle per farci le tortillas o la polenta concia, perchè distillato così fa… Cacahuazintle. 60/100.

Oggi pesante eh. E la vita ci pare più caina del solito…

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