Volevamo essere puntuali. Eravamo a un passo dal recensire un whisky praticamente in tempo reale, più o meno. Con addirittura solo un mese di ritardo sul lancio, avvenuto il 18 luglio. E invece no, abbiamo salvato la bozza e aspettato nove mesi per partorire questa rece. Che senso della notizia.
Siori e siore siamo a presentarvi il primo prodotto della distilleria Lochlea, fondata nel 2014 ma praticamente tenuta nascosta fino al 2021. D’altronde la campagna dell’Ayrshire, Lowlands, non è esattamente la Grande Mela. Tutto nasce dall’iniziativa di Neil McGeoch, che dopo anni passati a coltivare l’orzo per l’industria del whisky decide di tirar su una distilleria nella fattoria di famiglia. Dunque, orzo coltivato localmente, sostenibilità, tracciabilità e tantissime altre cose che finiscono con l’accento, tipo qualità. Per i dettagli vi rimandiamo qui, vi diciamo solo che la produzione è curata da John Campbell, ex distillery manager di Laphroaig.
Questa espressione è un NAS, invecchiato per 3/4 anni in un mix di botti: ex bourbon first fill, sherry Oloroso e barriques STR. Imbottigliato a maggio. L’orzo, non ci vogliono lauree in inglese per capirlo, è coltivato in loco. Il colore è oro.

N: quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia. Qui c’è tutta la nervosa schiettezza del distillato, con la sua coltre di pere varie, e non stiamo ammiccando a ghiandole mammarie. No, ci sono pere fresche e pere sciroppate, che guidano una discreta sventagliata di suggestioni fruttate: banana, mirabelle gialle, con una digressione acidina tipo sour beer. Accanto, c’è anche una dimensione vaporosa, quasi gessosa, che potrebbe ricordare la magnesia. Ma non pensatelo troppo etereo, eh. C’è anche un più concreto lato dolce, di marmellate varie e ripieno dello strudel (mele e cannella), e del cereale allo stato brado, come quando si entra nel malting floor, oppure in una fattoria scozzese. Infine, per rimanere sul bucolico, qualcosa di verde: tisana di tiglio.
P: le pere non ce le leviamo dalla testa, e con le metafore ci fermiamo qui. In realtà al palato è la versione Super Saiyan della pera, elevata al cubo. Di nuovo mela e cannella, e di nuovo una piacevole sensazione di gesso e stireria, che ci richiamano a un profilo più “highlander” che “lowlander”. Mineralino. Rispetto al naso si fa più evidente l’azione del legno, con il suo buon corredo di speziette e bastoncino di liquirizia. Rimane spiritoso (no, non perché faccia battute sagaci…) ma in generale è più delicato ed aggraziato rispetto al naso. Il cereale gioca ancora una parte importante, tra note di fette biscottate e toast imburrati. Non particolarmente dolce, anzi vira pian piano all’amarognolo e al piccante: pepe bianco e zenzero. Alcol pimpantino, forse troppo.
F: medio-corto, erbaceo e secco, con un accenno di tannini.
Data l’età, non si poteva certo pensare di trovare la lenta e confortevole eleganza del tempo passato. E infatti è un whisky scattante, pieno di screziature e suggestioni magari non tutte coerenti e non tutte ben amalgamate. Il fatto che si usino tre diverse tipologie di botti contribuisce a dare la sensazione di un profilo impressionista, dove tanti tocchi di colore diverso danno un’unica immagine. Ma per capirla bisogna allontanarsi un po’. Ricapitolando: distillato ben fruttato, botti attive che danno struttura e muscolo e un lavoro cerebrale di assemblaggio del vatting molto interessante. Per certi versi ci ricorda il malto di Bruichladdich. Il ragazzo si farà, il potenziale già si intravvede: 83/100. Se volete intravvederlo più da vicino, accomodatevi.
Sottofondo musicale consigliato: Lady Gaga – Born this way
