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Dalmore Luminary n.1 ‘the collectible 15 yo’ (2022, OB, 46.8%)

Siamo appena rientrati dalla presentazione del nuovo Dalmore e non prendevamo così tanti appunti dai tempi della parafrasi del Canto VI del Paradiso di Dante. D’altronde, con il Sommo Poeta il master distiller Richard Paterson ha ben più di un tratto in comune. Non il baffo, e probabilmente neppure il naso (uno eccezionale per i whisky, l’altro abnorme per dimensioni), però di sicuro una propensione alla genialità e all’inventarsi storie complicatissime divise in tre parti. Come ad esempio il progetto “Luminary”.
L’ambientazione è il ristorante Maio, al settimo piano della Rinascente di Milano, dove Fine Spirits – distributore per l’Italia dei marchi del gruppo Whyte&Mackay – ha invitato un po’ di giornalisti, blogger, vagabondi, sventurati, blogger vagabondi, giornalisti sventurati, ecc. Due di noi, non si sa se più blogger o più sventurati, erano presenti all’evento, hanno assaggiato, si sono enfiati di highball e salatini e si sono portati via pure due samples, rapaci come sparvieri malati di cleptomania. Però, prima di assaggiarlo, è giusto sapere cos’abbiamo nel bicchiere.

Dunque, il progetto Luminary è una serie di imbottigliamenti in edizione limitata divisa in tre parti. “Luminary” perché unisce due luminari del mondo del single malt (Richard Paterson, appunto) e dell’architettura e del design, il giapponese Kengo Kuma, che ha fatto del legno un elemento architettonico in grado di unire terra e cielo. Il tutto avviene sotto l’egida del Victoria & Albert Museum di Dundee. Dalmore e la sede scozzese del museo del design di Londra collaborano dal 2020 e insieme hanno deciso di celebrare la magia dell’artigianalità e della creatività artistica. La prima parte del progetto prende il via quest’anno con due single malt: da un lato ‘The rare’, un Dalmore invecchiato 48 anni e realizzato in soli tre esemplari, dei quali uno attualmente in asta da Sotheby’s intorno alle 95mila sterline; dall’altro ‘The collectible’, un 15 anni che Chiara Beretta ci versa e Paolo Gargano, ceo di Fine Spirits, ci spiega.

E ce n’è da spiegare. Perché questo whisky – che unisce i due pupilli dei due maestri, Maurizio Mucciola e Gregg Glass – è assai sperimentale: 13 anni di maturazione in botti di bourbon first fill, seguiti da 9 mesi in botti di Amarone e infine in botti “kintsugi”. E cosa sarebbero mai? Kintsugi è l’arte giapponese di riparare le ceramiche con dell’oro, creando manufatti ancor più preziosi dell’originale. Dunque, le botti kintsugi sono botti ibride con doghe di legni diversi: mizunara, Tay oak scozzese e white oak americana. Fiuuu, che fatica intellettuale. Il whisky non è filtrato a freddo e non ha aggiunta di colorante. Il colore è rame chiaro, si beva.

N: si apre timido e con qualche difettuccio, come un adolescente con qualche segno di acne: note accennate di gomma e zolfo. Fortunatamente, cambia velocemente e si “normalizza”. Nonostante non ci siano barili di sherry coinvolti, cosa rarissima per un Dalmore, il marchio di fabbrica è comunque evidente. Il secondo naso è tutto di sensazioni dolci, di frutta secca caramellata (tantissima mandorla), brioche integrale alla marmellata di albicocche e pesche cotte nel vino. A fare da contraltare alla dolcezza, ecco del cacao amaro e una bella spalla acida pimpante, che ricorda nitidamente i kumquat. Cambia col tempo, scivolando sempre più in una dimensione cremosa e decadente: fichi secchi, cioccolato al latte, miele non dolce. Può un naso essere spalmabile? E ancora cocco essiccato in crescita, zucchero a velo sul pandoro. Bacche di goji e gelee all’arancia. Iridescente.

P: che bastonata di vinosità! Non ce l’aspettavamo davvero, dopo un naso così. Invece qui il vino picchia forte, il primo palato è carichissimo di astringenza, legno, noci, sughero, amarene sotto spirito. Tantissimo cioccolato, stavolta fondente, si fonde con alchermes, biscotti alla cannella e fiotti di caramello. I tannini non si fanno mancare niente. Molto oleoso, anche qui cambia davvero in maniera sensibile nel corso dei minuti. L’astringenza feroce molla la presa, salgono in cattedra le spezie (zenzero, cannella, secchi di pepe nero) e un guizzo di caffè. Nel retrogusto un tocco di aceto di sherry e arancia amara. Un accenno di carta bagnata, o forse sono solo le doghe del Tay oak.

F: lungo, tutto sul cacao amaro, il legno di sandalo e un’infinità di nocciole.

Non ci voleva un luminare, appunto, per capire che imbottigliare a gradazione più sostenuta rispetto ai consueti 40% e 43% avrebbe scatenato l’indubbia qualità del distillato Dalmore. E infatti qui tutto sembra a 20 decibel in più rispetto al solito. Non è un whisky semplice, si sente che la maturazione è eterodossa e come tutte le eterodossie porta con sé tratti divisivi. La cosa splendida è l’evoluzione, davvero impressionante, che parte dalle note fruttate, passa da quelle dolci e cremose ed approda all’astringenza del vino e del legno, per poi ritrovare un equilibrio. Gargano spiegava che Glass, rispetto a Richard che preferisce usare botti vecchie, è più orientato su legni nuovi, ragion per cui l’apporto del barile soprattutto al palato è così feroce. Mai troppo dolce, forse un filo troppo sparato sul lato vinoso, è un esperimento assai divertente, che ha bisogno di molta pazienza per essere apprezzato appieno. Perché solo dopo parecchi minuti la piacevolezza della bevuta emerge dalle profondità della vinosità. Voto difficile, il naso è impreciso, godibile ma forse poco profondo, il palato è arduo ma complesso e di carattere. Diciamo: 85/100

Sottofondo musicale consigliato: The Lumineers – Scotland

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