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mwf: Ritorno al futuro

Qualche tempo fa, due di noi hanno partecipato a una delle degustazioni organizzate da Andrea e Giuseppe del Milano Whisky Festival. Posto che le serate di A&G sono state la nostra educazione sentimentale al single malt e partecipiamo sempre volentieri perché si respira la scanzonata ironia di noi milanesi stropicciati e perché si bevono sempre grandi dram, stavolta siamo andati oltre. Infatti, al Mulligan’s pub di via Govone è andato in scena un viaggio nel passato del Milano Whisky Festival, un irripetibile safari tra i vecchi imbottigliamenti. Per cui, oltre a bere bene, stavolta si sono bevute cose storiche. E noi, come buon viatico alla 17esima edizione del Festival, che si terrà al Palazzo delle Stelline di Milano dal 3 al 5 dicembre, vi propiniamo le rispettive recensioni.

Dailuaine 21 yo (1992/2013, Bar Metro & Milano Whisky Festival, 54.8%
Barile mitologico, il #3128, imbottigliato in collaborazione con Giorgio D’Ambrosio. C: oro. N: primo sorso della serata e siamo già in delirio. Una crema tropicale, uno zabaione di mango e vaniglia e anans, si scioglie davanti al nostro naso. C’è anche tanto, tanto burro, burro di cacao, noci di macadamia. Tutto è fuso insieme, ci sono frutti (nespole, pesche sciroppate, clementine), ci sono mandorle a iosa, E c’è un filo di legno che lega il tutto. Sensazionale. P: pieno esattamente quanto il naso, ma più austero. Il primo sorso è secco, diretto, tra legno, pompelmo maturo e ananas, stavolta disidratato. C’è il malto, oleoso e ricco, accompagnato da miele non dolce e latte condensato. E poi c’è il tempo che ha lasciato una scia di spezie piccanti, dallo zenzero al peperoncino, fino al tabacco biondo. Cocco piccante. F: medio lungo, ancora malto, miele, legno e mandorla. E una tisana all’arancia calda.
Siamo quasi commossi, perché in questo whisky – a suo modo non eccessivamente complesso – troviamo tutto quel che ci fa volare via: il malto, la cremosità, la frutta evoluta, un equilibrio maschio con un palato mai troppo dolce e un’elegante influsso del legno. Spaziale: 92/100.

Clynelish 16 yo (1997/2013, Milano Whisky Festival, 57.4%)
Imbottigliamento per il bimillenario dell’Editto di Costantino, quando si dice che Andrea e Giuseppe hanno fatto la storia del whisky… Cask #6889. C: vino bianco. N: timidezza portaci via. Si nasconde un po’, questo whisky. C’è bisogno di tempo. Inizialmente spunta della lana bagnata, qualcosa di grafite. Poi compare dell’agrume, tra limone e lime kaffir. Poi è di nuovo la volta di note più strambe, molto Clynelish style, di casa chiusa e ottone impolverato. Pian piano guizzi erbacei, tisane, erica che cresce su rocce di granito, e un filo di fumo lontano. Difficile, inafferrabile. P: coerente con il naso, ancora limone, gesso e sale. Tagliente, di nuovo giocato fra liquirizia e malto. Rispetto ai classici Clynelish la cera è solo accennata, invece la mineralità è bella spinta. Il corpo invece è meravigliosamente oleoso. F: minerale, mele renette, accenni di legno.
Gli riconosciamo un handicap, ossia arrivare dopo un’esplosione di piacevolezza come il Dailuaine. Tutto il contrario di questo Clynelish, ombroso, spigoloso, senza troppi compromessi. Nudo e direttissimo come il Napoli-Sorrento, è rispettoso dello stile highlander, ma non ci fa volare. Stiamo a terra e ce lo godiamo dalla lounge dell’aeroporto: 87/100.

Caol Ila 27 yo (1983/2011, Milano Whisky Festival, 50%)
Barile ex bourbon #4821. I nostri illustri fondatori lo hanno già recensito qui, vediamo se noi umili adepti concordiamo. C: ambrato. N: si apre saporito e libidinoso, su note di jerky beef, salamoia, jamon serrano e peperoni sottaceto. Papaya a seguire. Cioè, jamon serrano, peperoni e papaya, la cura perfetta per la gastrite, no? Comunque, dopo la parte sapida arriva quella dolce, molto carica, con arancia, tarte tatin e ribes. Ci sono tante cose qui dentro: un tocco floreale, un accenno acidulo, una grassezza salata, e poi ancora una delicata cenere di camino spento e l’immancabile inchiostro. P: morbido, sensuale e vellutato, poco Islay, molto dolce. L’alcol un po’ graffia, nonostante la diluizione. Senza dubbio l’arma in più è il corpo, straordinariamente oleoso, con grasso di prosciutto crudo, cuoio unto, noci brasiliane. Ah, dicevamo della dolcezza: torta caramello e noci pecan, cocco, toffee e Alpenliebe. Ma anche marmellata di pesche, ancora papaya leggera, dolcetti all’arancia. F: di nuovo morbido, la torba è quasi svanita, albicocca e caramello salato. Qui spunta il legno, quasi balsamico.
Cangiante, setosissimo, un Caol Ila che il tempo e il legno hanno levigato all’infinito, tipo gli oceani che si prendono le rocce spigolose e le restituiscono rotonde sul bagnasciuga. Se una critica possiamo accennare, è che questo lavorio di raffinazione delle asperità ha ovviamente tolto le punte più costiere di Caol Ila. Ci sta, se in cambio ha restituito eleganza e ricchezza: 89/100.

Mortlach 16 yo (1992/2009, Milano Whisky Festival, 58.7%)
Uno sherry cask da antologia. C: mogano. N: chiamiamo Jacques Cousteau, servono sottomarini potenti per esplorare l’abisso scuro di questo naso. Spesso, profondissimo, si apre con un’idea platonica di more. Mora in confettura, in geleé, nella riduzione che si usa su certi dessert. Anche ribes nero e uvetta. Poi, scendendo, ecco aceto balsamico tradizionale, cioccolato fondente, ettolitri di tamarindo direttamente dagli anni ’80. E poi il legno, con chiodi di garofano, pepe nero e cuoio. E anche sigaro, e cannella. Il manuale dello sherry monster. P: più o meno sullo stesso spartito, solo su un registro più secco, tosto. Il palato si apre speziato e legnoso, pepe soprattutto. Caffè tostato in chicchi e cioccolato amaro introducono il palato centrale, che è pane di segale su cui è spalmata marmellata di more e ribes. Verso la fine del palato arriva l’Oloroso, netto, secco, preciso, che si porta con sé una nota di noci e un accenno sulfureo. Anche pepe rosa. F: noci, legno, crostata bruciata e ancora tante, tante more.
Un tuono di sherry e muscoli. Non sappiamo se avete notato, ma non abbiamo mai una volta citato la gradazione. Semplicemente perché l’alcol è come sparito, iniettato nei sapori per pomparli ad alto volume. La splendida vivacità della frutta nera, poi, è unica. E bene si accompagna con le note più scure dell’Oloroso. Qualcosa di miracoloso: 91/100.

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