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Piacere, Paul John

La Paul John distillery

Ormai più di un anno fa, quando ancora ci illudevamo di poter sconfiggere lo spleen del lockdown con degustazioni alla cieca, siamo incappati nel signor Paul John. Uno di noi – non diremo chi, per tutelare il suo buon nome – obbligava un amico che viaggia per lavoro a comprare whisky esotici in aeroporti altrettanto esotici e per questo motivo aveva messo le mani su una bottiglia di Bold. Ebbene, ora è giunto il tempo di fare la conoscenza del signor Paul John in maniera più approfondita. Per cui, grazie a Ghilardi che lo importa, abbiamo studiato la pratica. Secchioni siamo e secchioni restiamo.

La John distillers è un colosso del beverage con sede a Bangalore, dove nel 1996 è stata fondata da Paul P. John. Dopo essersi imposta sul mercato a colpi di milioni di casse di blended, nel 2008 ha deciso di dedicarsi al single malt, aprendo una distilleria dedicata a Goa. Così nel 2012 è stato lanciato il primo imbottigliamento, Paul John Single Cask 161 Whisky.

Un panel di assaggiatori durante la pausa fra un dram e l’altro

Oggi il core range, per cui viene utilizzato esclusivamente orzo a sei file proveniente dalle regioni settentrionali dell’India, comprende varie espressioni, ideate dal master distiller Michael D’souza. Tutte oltre i 46% e tutte maturate a Goa, dove il clima tropicale rende gli angeli particolarmente famelici: l’evaporazione annuale è intorno al 12%. Ragion per cui, in media i Paul John sono giovincelli, ma comunque molto strutturati. Tanto vi dovevamo, ora come gli hippies degli anni ’70 ci caliamo di lsd e partiamo per Goa.

Paul John Brilliance (2020, OB, 46%)
Se il Nirvana è l’entry level, questo è l’anticamera level. Orzo himalayano e rovere americano, ex bourbon. Il colore è aranciato. N: una frutta esotica matura (durian, banana già un po’ andata) si abbina a un senso di Polase, di ricostituente. Non è per nulla banale, perchè al di là della dolcezza (vaniglia, marzapane, miele) c’è qualcosa di più. Ovvero una parte cremosa e pannosa, grassa: porridge con latte intero, olio di semi. Carico e decadente, e l’orzo maltato si sente eccome. P: un accenno di sapone ai fiori, vagamente artificiale, non è un ingresso al palato ideale. Di nuovo il malto è protagonista, biscotti Digestive con il loro carico di burro. Ancora oleoso e con una parte casearia importante (caramelle Galatina), mentre la dolcezza prende la via della frutta cotta: pera e pesche al forno con cannella. A un certo punto spuntano guizzi amari, tra rabarbaro, liquirizia Haribo e legno tostato. F: piuttosto lungo, ancora Galatina, pepe e legno.
Partiamo con le cose buone: alcol perfettamente integrato, una certa complessità, alcune note interessanti e uniche. Insomma, c’è roba. Quel che non entusiasma è la generale mancanza di grazia, perché l’eleganza non è esattamente la prima qualità di questo whisky. Non sfigura, ma non brilla: 81/100.

Paul John Edited (2020, OB, 46%)
Come il Brilliance e il Bold, fa parte della serie Flagship. Qui viene utilizzato il 15% di orzo scozzese torbato. Il colore anche qui vira all’arancione. N: quel particolare sentore di Polase c’è di nuovo, ma stavolta prende la via del pesce. Lo sapete, quando partiamo così poi ci vengono in mente suggestioni bizzarre. Tipo un’albanella di acciughe affumicate con delle fette d’arancia. La torba si sente, il naso è più secco rispetto al Brilliance. Limone, fiori cristallizzati nel sale, frutta esotica varia. Perfino un tocco di insalata e la violetta del Bowmore. Marzapane, malto proprio un accenno. P: dolce e torbato, anche se l’attacco è tutto di miele, malto tostato e nocciole/arachidi bruciate (la parte oleosa che ritorna…). Eppure il corpo sembra un filo più acquoso. Serve tempo, poi spuntano altre suggestioni: del cioccolato all’arancia e della marmellata di arancia, melone, pesca cotta. E poi un senso di gomma bruciata che evolve in torba più piacevole e in crosta di pane bruciata. E qualcuno qui chiede: “Sì ma che tipo di pane, normale o con i cereali?”. Pugliese. F: soddisfacente e masticabile, liquirizia, caffè e succo di albicocca affumicato. Non esiste? E secondo voi ci facciamo limitare dalla realtà?
Davvero ben costruito, senza svaccare mai. E’ evidente che non si tratta di uno Scotch, si avverte una texture semplicemente diversa, molto più spessa. Altrettanto chiara è la giovane età, che però non è un difetto grazie al generale equilibrio. Bella sorpresa 84/100.

Peated select cask (2020, OB, 55%)
Si cambia musica, entriamo nella serie “Select cask”, imbottigliamenti contraddistinti da una gradazione più alta e da (ovviamente) maggior qualità. Questa è la versione torbata e il colore, tanto per cambiare, è un rame aranciato. N: sorpresa, la nota di ricostituente antibiotico… c’è. Niente da fare, è un marchio di fabbrica. Rimane il senso di pesce, olio di merluzzo, ma stavolta si aggiunge una parte più “verde”: mentolo, foglie di melissa e salvia, lime persiani affumicati. La torba è meno evidente, in generale la sensazione è di un olfatto più agrumato e tagliente, ma anche più fresco. La frutta è esotica (papaya), con un che di peperone giallo grigliato. Cannella. Non del tutto ordinato, questo naso, ma curioso. P: caramello e medicinali, in ossequio al vecchio trucco delle mamme che somministravano la medicina con annesso dolcetto. Il palato si fa più scuro, sempre oleoso: frutta secca (noci, quasi nocino), foglie autunnali, ma soprattutto castagne bollite. C’è una parte terrosa, di legno umido, che sfocia nelle spezie: chiodi di garofano e pepe. Cedro. F: té nero, caramello, legno. E una zuppa orientale di curry, pollo e funghi. Eh?
Bell’animale, forse il più “estremo” dei tre. Non tanto per il livello di torbatura, né per la gradazione – piuttosto integrato l’alcol -, quanto piuttosto per la commistione di suggestioni contrastanti. Probabilmente è anche il più divisivo, ma senza dubbio ha carattere, e noi il carattere lo premiamo sempre: 85/100.

Insomma, non saranno i più raffinati single malt del pianeta, ma tutti hanno il pregio di sfoggiare un profilo coerente e differente. Lo stile è riconoscibile, e non è un’imitazione dello Scotch. Il che rende Paul John una bevuta senza dubbio interessante ed esemplificativa della distillazione tropicale. Bravo Ghilardi che ci ha creduto. Li trovate in giro su internet, anche qui.

Sottofondo musicale consigliato: Goa trance, e non poteva essere altrimenti

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