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Tullamore D.E.W. (2021, OB, 40%)

Quando si parla di Tullamore, a uno di noi gli occhi si gonfiano di lacrime. Perché Tullamore gli ricorda un momento tristissimo della sua carriera. Ovvero quando un suo collega di redazione venne obbligato a smantellare un’installazione sapientemente costruita con bottiglie vuote di Tullamore pazientemente collezionate in anni di cicchetti. Un’azione di spietato arbitrio che ancora grida vendetta.
Ad ogni modo, superato il trauma, si può parlare di Daniel E. Williams, che è stato il direttore e distillatore più importante della distilleria e uno dei più famosi nella storia d’Irlanda, da qui l’acronimo D.E.W., che prima del 2010 non era puntato; poi, con l’acquisto da parte di William Grant & Sons da Irish distillers, si è deciso di evidenziare ancor di più questo pezzo di storia.
Si tratta del secondo Irish whiskey per vendite dopo Jameson: è un blend di distillato di grano, malto e pot still: tutti e tre gli stili classici del whiskey irlandese, ed invecchia in botti ex Bourbon ed ex Oloroso sherry. Ultima nota: non possiamo sapere se sia sourced o se ci sia già una buona quantità di prodotto della nuova distilleria, aperta nel 2014 ma in grado di produrre anche whiskey di grano dal 2017. Il colore è… colorato.

N: non dona grande spazio alla cremosità, è piuttosto austero, anche se una dolcezza di zucchero liquido che ci fa capire che la quota di grain è certamente presente e non insignificante (c’è anche una zaffata di solvente che fa capolino qui e là). Va nella direzione della frutta secca, con mandorla e noce, probabilmente ricordo delle botti ex sherry, poi emerge la frutta gialla un po’ tropicale (banana) e soprattutto la pesca. La parte agrumata e gialla ci farebbe gridare a squarciagola “arancia Valencia!”, ma se lo facessimo ci porterebbero via con la camicia di forza, percui lo scriviamo e basta. Fiori d’arancio anche.

P: certamente la gradazione e l’assemblaggio non lo rendono esplosivo, ma il suo lavoro lo fa (e, secondo alcuni di noi, lo fa egregiamente). Si apre su una dicotomia di cocco a scaglie e vaniglia da torta, quasi Raffaello, per poi virare sull’amaretto (Disaronno, già che citiamo le marche come Moccia), la pesca e la mandorla. Che probabilmente sono declinazioni dello stesso congenere, ma a noi checcefrega? citiamo Moccia in una recensione e per questo siamo felici. In generale conferma il senso di austerità anti-cremosa e un tocco di frizzantezza agrumata.

F: breve ma non sgradevole, vaniglia e qualche spezia piccantina del legno in crescendo (zenzero soprattutto).

La classica bottiglia da lasciare aperta sul tavolo quando si gioca a poker. Quella che si beve con piacere e senza troppe fisime, perché è progettata per il consumo spensierato. Il primo naso un po’ troppo da grain viene esorcizzato col tempo, e nel complesso si riscatta soprattutto con un palato piacevolmente più secco. Non uccideremo il vitello grasso in suo onore, ma un onesto 78/100. Si trova davvero quasi ovunque, anche qui.

Sottofondo musicale consigliato: NRBQ – I got a rocket in my pocket

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