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Benromach MWF (2008/2017, OB FOR Milano whisky festival, 60,3%) vs Benromach 19 yo rare malts (1978/1998, OB, 63,8%)

Benromach è una di quelle distilleria un po’ bastarde che noi guardiamo sempre con simpatia. Storia disastrata e sconnessa, aperture e chiusure a ritmo di cha-cha-cha, proprietà che saltavano come tappi di spumante. Poi, nel 1998, l’arrivo di un cavaliere bianco che la salvò e la rilanciò nell’empireo dello Scotch sotto le insegne nobili di Gordon & MacPhail.
Il core range, che da un annetto è passato attraverso un lifting del packaging, ci ha abituato ad espressioni mediamente molto interessanti. Oggi però facciamo un passo di lato e ci inoltriamo nel boschetto degli indipendenti e delle espressioni d’antan: un barile singolo selezionato nel 2017 da Andrea e Giuseppe del Milano Whisky Festival e un Rare Malt di fine anni Novanta, entrambi a gradazione ultracorporea. Ci aspettiamo grandi cose, perché il distillato di Benromach, con la sua torbina e quelle note un po’ grasse, tra gli Speysider è forse il meno ortodosso.

Benromach single cask #342 (2008/2017, Ob for Milano Whisky Festival, 60,3%)

Il barrel 342 è di un colore paglierino chiaro. 235 le bottiglie.

N: fuliggine e smog, ma anche tuberi sulla cenere, qualcosa di amido bruciato. Emerge forte e viva una parte sporca e farmy, ricorda quei marshmallows che si usano per pescare, ma forse è solo una stalla in riva al mare, o un pollaio. Insomma, avete capito. Per trovare qualcos’altro occorre cercare a fondo, ed è frutta bianca con canditi (cedro). L’alcol non è per nulla sgradevole, ma impedisce di andare in profondità. E infatti torna quella sensazione di stivale bruciato, iuta e cereale stipato. Rileggendoci, può sembrare un naso repellente, ma la cosa incredibile è che queste sensazioni “off” alla fine risultano ben equilibrate e piacevoli. Con acqua è meno sporco ma un filo più ordinario, con molto gelato alla vaniglia.

P: assai proibitivo: tubo di scappamento, menta e dolcezza ci invadono. La torba è organica e ancora in fiamme, emerge una parte oleosa poderosa, che ricorda le noci brasiliane (bruciacchiate anch’esse) e un olio di arachidi. Un filo di pesca e della buccia di agrumi misti. Spunta anche qualcosa di erbaceo nel retrogusto: cioccolato bianco alla menta, che non esiste, ma esisterà presto in nome dell’amore fra gli opposti che si attraggono. Masticabile.

F: ancora grasso, oleoso. Liquirizia dolce e fuliggine pastosa con qualcosa di pesce grasso affumicato.

Siamo in difficoltà e condividiamo con voi questo nostro travaglio interiore. Da una parte vediamo nettamente le potenzialità del distillato, che ha carattere da vendere e che squaderna un profilo unico in termini di complessità e oleosità. Dall’altra, sentiamo che questo carattere è un po’ trattenuto e non sappiamo decidere se è questione di gradazione mostruosa, di eccessiva gioventù, o se è un incantesimo della Maga Magò. Il risultato è comunque un whisky di difficile interpretazione e di ancor più complicata fruizione. Piace, incuriosisce, ma lascia con un punto interrogativo. Una certezza però l’abbiamo: il finale è la cosa più piacevole e con acqua migliora il palato, ma si banalizza il naso. Premiamo il coraggio, che il mondo è degli arditi. 84/100.

Benromach 19 yo Rare Malts (1978/1998, OB, 63,8%)

Il colore è un oro carico.

N: molto chiuso, come era ampiamente prevedibile dall’ABV ciclopico e senza senso alcuno. Messa così, ci si ferma a una sniffata di solvente e legno, sotto cui si percepisce un’idea delicata di poltrona di cuoio, arancia e tabacco. Un senso di fumè lieve. Stop. Con acqua emerge forse un po’ di pompelmo e di frutta in generale (mela verde?). Il tabacco si fa più verde e più fumigante.

P: al palato invece la magia, con un calore confortevole che non stona e non deraglia mai nell’alcol sguaiato. C’è un senso di pasticcino alla frutta tropicale (papaya, mango, passion fruit ma non dei più acidi). Emerge poi nitida una parte minerale, con una torbina con screziature di grafite e un che di cera d’api che ci fa sospettare anche un po’ di “old bottle effect”. Il tabacco da sigaro dolce riemerge, insieme ora a del miele d’arancio e a una frutta polposa, tipo albicocca matura e mela renetta. C’è anche una parte di foglie autunnali, tipo foglie di noce. Anche gianduia, che accompagna verso il finale. Retrogusto come di carta bruciata. Con acqua la frutta si fa lussureggiante e si fonde con quella cera data dal tempo. Emerge anche più nitida la parte torbata e tutto si fa frizzantino.

F: gianduia, frutta tropicale cotta, candela spenta. Tabacco ancora, di quelli scaldati.

Rimaniamo sul lettino dell’analista, che ancora non ci siamo risolti nemmeno per questo. Evidentemente Benromach è distilleria che ci mette in difficoltà quando giudichiamo. Il naso è semplicemente indecifrabile, non tanto perché l’alcol ci tenga a distanza, ma perché ha poco da dire, perfino con la diluizione. Lo stacco con il palato – espressivo, esplosivo e anche molto persistente – è devastante. Raramente ci era capitato di assaggiare un whisky con così tanta differenza fra le due fasi. Il che rende ancor più complicato votarlo. Il palato è da almeno 90, ma il naso non supera l’80. Considerando però che il finale ci è molto garbato, possiamo dare un 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Scissor Sisters – I can’t decide

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