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Elijah Craig small batch (2023, OB, 47%)

Abbiamo una grandissima voglia di America oggi. Il che non significa sparare in una scuola o farcirci le coronarie di grassi ipersaturi, ma piuttosto sciacquarci le budella – come dicevano nei western – con del caro vecchio bourbon. Inutile stare a ripetervi che il bourbon whiskey, che prende il nome dalla contea di Bourbon nel Kentucky diventata ombelico della produzione, viene distillato da un mash di cereali in cui almeno il 51% è mais. Lo sapete già. Più utile è dire due cose sul nostro dram odierno, che è l’imbottigliamento base di Elijah Craig.
Il marchio – prodotto dalle Heaven Hill distilleries – è stato introdotto nel 1986 e si rifà all’omonimo reverendo battista che nel XVIII secolo passò alla storica come il mitico “inventore” del Bourbon. La leggenda dice infatti che nel 1789 fu il primo a far invecchiare il distillato in botti carbonizzate, in seguito a un incendio. La probabilità che sia una panzana è vicina al 99.9% (gli storici sostengono che la carbonizzazione venne invece introdotta per “imitare” il sentore affumicato della torba, a cui i coloni erano abituati ma che nel Nuovo Mondo non si trovava), ma ce ne facciamo una ragione.
Lo Small Batch in passato recava l’indicazione di età di 12 anni, ma dal 2016 si è deciso di cambiare, rendendolo un NAS: oggi è composto da due release invecchiate, blendate e imbottigliate in Kentucky. Abbiamo parlato abbastanza, come direbbe Trump a Zelensky, ora si beva. Il colore, per quanto conti nel bourbon, è rame.

N: violettaaaaaaaaa… Poche note sono così arroganti come la violetta in certi bourbon, e soprattutto negli Heaven Hill. Questo aroma floreale ti si pianta in testa ed è difficile metterlo fra parentesi. Ci viene anche il sospetto che alcuni nasi siano biologicamente più predisposti ad avvertirlo, un po’ come il sapore di coriandolo. Zuc per esempio lo sente molto, sarà che è caduto da piccolo nel pentolone delle violette come Obelix nella pozione. Comunque, in realtà c’è molto altro, a partire da una frutta che trasuda tropicalità: cocco certo, ma anche guava, banana e un botto di melone, che è tropicale la cotoletta, ma insomma fa parte di quelle frutte dolci un po’ così. C’è dell’arancia, dello smalto inevitabile e ancora le caramelle alla liquirizia alla violetta. Burro di cacao e noci brasiliane, unite alla vaniglia e al legno tostato classici. Piacevole.

P: la violetta diventa devastante, ti prende a scudisciate, ti calpesta coi tacchi a spillo (omaggio ai feticisti). Fuor di metafora, è piuttosto invasiva e fa emergere una sensazione di sapone che a dire il vero non ci fa impazzire. La dolcezza è di sciroppo d’acero e frutta zuccherata e candita, dalla mela rossa di Biancaneve all’arancia rossa. Zenzero, cardamomo e fiocchi di peperoncino danno quella piccantezza che i 47 gradi non fanno mancare. Il legno, tostato e aromatico, chiude il retrogusto. Il mouthfeel è abbastanza cremosino, ma quel tocco chimico di fiori e detergenti, mmm…

F: cortino, meno floreale, con mela, vaniglia, toffee e… ginger beer!

Eh, sta violetta mette bene a soqquadro tutto. Diventa monopolista delle sensazioni – soprattutto il primo naso e il primo palato – e rende più difficile concentrarsi sul resto. Non profondissimo e cortino, non spiacevole ma anche lontano parecchio dal capolavoro. Riguardando il vecchio 12 anni, notiamo che anche in quell’occasione eravamo finiti trafitti dalle violette, ma ce lo eravamo goduti di più. Non andremo oltre un 80/100, che il reverendo ci perdoni.

Sottofondo musicale consigliato: Dead Air – Teeth grinder

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