Finita l’estate, tempo di limonate – ormai per noi che abbiamo una certa età solo quelle in bottiglia – e soprattutto tempo di whisky bevuti a caso, con quella dose casuale di surreale assenza di razionalità che da sempre è il nostro tratto distintivo. Insieme ovviamente a un fascino irresistibile, ça va sans dire.
Va beh, detto questo, torniamo alla rubrica più randomica del web, ovvero la miscellanea di recensioni di whisketti che tra loro non sono manco lontani parenti.

Inchmurrin 13 yo 112.59 (2006/2019, SMWS, 63.2%)
Single malt distillato a Loch Lomond, che i creativi della Scotch malt whisky society hanno chiamato “Kaffeepause in der Mobelfabrik”, che in tedesco significa “Pausa caffè nel mobilificio”. Ora, con tutta la buona volontà, il primo istinto è quello di appiccare un incendio all’ufficio della Society preposto alla scelta dei nomi degli imbottigliamenti, e anche al mobilificio suddetto. 13 anni in un “heavy char new oak” cask, 251 bottiglie. C: ambra rossastra. N: alcolico come un distributore di carburante, ma data la gradazione terrificante ci sta. Pelle lucidata smaltata, torta alle fragole (crostatina). Ci sono note boschive sia fruttate (more), sia balsamiche (ginepro). Rimane pungente, nonostante il caramello ingentilisca tutto. Con acqua si aggiungono albicocche secche e ananas, ma resta lo smalto. P: ancora un filo troppo alcolico, ancora centrato sui frutti rossi (ribes e lamponi). Si fa più interessante col tempo, esplode il tabacco (anche un sigaro acceso, col suo fumino) e si avvicendano tocchi erbacei, che vanno dal té alle alghe. Il secondo palato invece diventa eccessivamente urticante per l’alcol e non convince: di nuovo té nero, ginepro, il caffè di cicoria di cui parla il nome. Diluito è infinitamente meglio, trova un equilibrio e il filo di fumo si fa più persistente. F: erbaceo e di nuovo alcolico, con chili. Ma è lungo e tutto sommato due gocce d’acqua lo rendono più ampio e convincente.
Bestia abbastanza indomabile e di difficile interpretazione. Ci sono note di sherry senza lo sherry, qualcosa di affumicato che rimane a metà e sinceramente c’è troppo alcol, pare strano sentirlo dire a noi che nell’alcol facciamo pure il pediluvio. Non diluito è modesto, con due gocce d’acqua si fa compiuto e anche piacevole. Diamo un 83/100 ma con l’asterisco: aggiungete l’acqua.

Highland Park ‘The octave’ (2008/2024, Duncan Taylor, 55.2%)
Il single cask #5040463 è stato selezionato da Duncan Taylor: Highland Park invecchiato 15 anni con un finish di tre mesi in barile Octave ex sherry (outturn 93 bottiglie). C: oro. N: metallo e caramello, potrebbe essere il nome per una band che fa cover death-metal delle sigle dei cartoni animati. C’è comunque un’abbondanza di note off, tra l’ossidazione e l’umidità. Da qui emerge un’arancia polverosa ma frizzante, bucce di mandarino, l’immancabile erica. Qualcosa di marittimo, come aria spumosa di onde, e cereali al miele della colazione. P: che sberla imprevista! L’alcol è contundente, non siamo di fronte a un gentiluomo. Piuttosto parte una sventagliata di legno e note acidine, tra l’agrume e il distillato stesso, fino ai tannini. Lievito di birra, liquirizia, cioccolato acido mono-origine. Nel generale senso di arsura e secchezza, rimane comunque un accenno di dolcezza, tra melassa e birra rossa. Anche frutta cotta, forse. F: non lunghissimo, caramello salato, cacao amaro.
Parecchio muscolare, con un uso spregiudicato del finish: soli 3 mesi, date le dimensioni ridotte, fanno dell’Octave un barile molto marcante. Le note sherry ci sono, ma sono poco integrate. Non c’è grande armonia, ma molte suggestioni sparate. Il risultato non ci fa impazzire, lo troviamo abbastanza scollegato e abrasivo. 81/100.

Sea Shepherd Islay single malt (2021, Kirsch import, 43%)
Single malt da una distilleria segreta su Islay, importato in Germania da Kirsch in collaborazione con Sea Shepherd, organizzazione per la salvaguardia dell’ambiente marino. C: oro antico, quasi ambrato. N: la faccia nel falò sulla spiaggia, mancano solo quelli che cantano le canzoni di Baglioni. Classic Islay, davvero: fumo freddo, aria dell’oceano, braci. C’è dell’agrume (lime, che suggerirebbe Caol Ila, ma anche mandarino) e c’è dell’ostrica sapida. C’è anche una nota più chimica, di cherosene combusto, inchiostro e soprattutto gomma: ricorda le gomme di scuola quando le bruciacchiavi con l’accendino. Chi non l’ha mai fatto, dai… P: di solito arriva l’acqua a spegnere l’incendio, qui attacca acquoso e poi è tutto un tappeto di ceneri e braci spente e fumiganti. Il grado basso penalizza l’ingresso, ma dopo pochissimo esplode una quantità imponente di torba, acre, bruciatissima, polverosa e invasiva. Una boccata di smog che riempie la bocca. Il resto è una dolcezza un po’ astratta fatta di caramello e frutta gialla (giusto un velo di marmellata, un poco di pera cotta). Il retrogusto è di nuovo tutto della torba. Che prende una deriva amaricante. F: molto lungo – con tutta quella torba… -, bruciato e dolce. Con un nuovo accenno di iodio nel retrogusto.
Poffarbacco che bastimento carico carico di torba. Un giovani islander pesantemente torbato, in cui le note bruciate/carbonizzate sono monopolizzanti. Rimane una dolcezza figlia della gioventù e di un invecchiamento non dichiarato ma evidentemente in barili attivi: il colore è scuro, ma dichiarato naturale, quindi o c’è dello sherry, o del bourbon first fill o qualcos’altro in grado di rilasciare quei colori. Basico ma solido: 82/100.
