
Sì, è quasi sgradevole, ne conveniamo. Il fatto di partecipare a una degustazione il lunedì e postare le recensioni il mercoledì successivo è eretico. Una puntualità decisamente lontana dal mondo Whisky Facile, fatto di ritardi (spesso cognitivi), lassismo e pigrizia. Ma anche un orologio rotto due volte al giorno segna l’ora esatta, no? E allora stavolta ecco il resoconto di un tasting dopo neanche 48 ore dall’evento. Non vi ci abituate però.
Ad ogni modo, lunedì eravamo al sempre confortevole Mulligan’s di via Govone per una serata organizzata da Andrea e Giuseppe del Whisky Festival. A tenerla, quel bel pezzo di maschio italico del nostro CEO Jacopo Grosser, in quel caso nei panni del brand expert di Fine Spirits. Con lui, Andrew Wallace, evidentemente discendente di Braveheart e Sales & Marketing expert di J&A Mitchell, a sua volta proprietaria di Springbank, Kilkerran e Cadenhead’s appunto. Il quale tra parentesi è il più vecchio imbottigliatore indipendente di Scozia.
Abbiamo bevuto 5 whisky: tre della serie Original Collection, imbottigliati a 46%, e due della serie Enigma, in cui rientrano single cask, small batches e blended malt da distillerie sconosciute.

Glen Garioch 10 yo (2013/2024, Cadenhead’s, 46%)
Sei barili di Glen Garioch distillati nel 2013 hanno fatto 3 anni di finish in botti ex Oloroso first fill. C: mogano scuro rossastro. N: pieno, scuro e cioccolatoso, più maturo della sua età. Barili belli freschi, lussureggianti osiamo dire. Uvetta ammollata nel rum, boeri, amarene, cuoio. E un’arancia succosa e polverosa, con tanto di prugna e liquirizia e una parte quasi floreale, che ricorda i liquori di una volta. Spesso, denso, vibrante. P: si cambia scenario, non ce lo aspettavamo ma ci sta: si fa molto più secco, come da manuale dell’Oloroso old style. Si aggiungono mandorle, noccioli di ciliegia e un gran kick di pepe nero. La parte agrumata è ancora protagonista, si amplifica l’apporto acidino del vino (buccia d’uva nera). Asciutto, nel secondo palato ricompare una marmellata di ribes rappresa. F: legnosetto ma dolce, ben equilibrato, la crostata alla marmellata che incontra la pelletteria.
Buono, davvero. E non per caso riesce anche nell’impresa di essere il più votato della serata. Sul lungo, come dice l’ottimo Lagonigro che beve accanto a noi, si fa un po’ muscolare, ma a noi la cosa piace. Anzi, è quel che lo rende piuttosto unico, considerando il grado ridotto. Entusiasmo, 88/100. Non sarà un capolavoro di raffinatezza, ma sul serio a quel grado, a quell’età e a quel prezzo è un mezzo miracolo.

Ben Nevis 11 yo (2012/2024, Cadenhead’s, 46%)
Cambiamo totalmente genere, andiamo su un vatting di 5 barili di Ben Nevis e maturati in refill ex bourbon. C: molto pallido. N: la purezza del distillato impuro. Nel senso che è da subito nudo come mamma e master distiller l’ha fatto, cioè con una dominazione di cereale e con note sporchine e metalliche molto tipiche della distilleria. Quando si parla di “spirit driven” whisky: l’orzo e una parte di limone, con della banana acerba e del pompelmo. C’è anche una dimensione quasi erbacea di fieno. Pastiglie Leone al fieno, ne abbiamo? No? Con il tempo emerge un tratto quasi di sapido, di ostrica, nonostante il mare non sia vicino a Ben Nevis. Metallo del motore, con la sua patina di sporcizie. Intrigante. P: anche qui sembra più giovane dei suoi 11 anni, a causa di barili refill che poco interferiscono col distillato. Pompelmo, cereali e qualcosa di zucchero, ribes bianco e mele granny. Molto tagliente, ma con un’anima più nascosta quasi cremosina, che fa venire in mente il porridge. Polvere di cereale. F: oleoso e metallico, lunghetto. Pepe bianco, di nuovo porridge e nocciole tostate.
Platea divisa e anche in Whisky Facile non c’è unanimità. Chi come Serge Valentin (e Jacopo, modestamente) adora i profili minimal, nudi e crudi, lo adora. Chi cerca più piacevolezza, rimane un po’ spiazzato dalla lucida e spietata affilatezza del distillato. Quel che si può dire è che è esemplare dello stile della distilleria e che – seppur divisivo – è certamente ben fatto e complesso. 86/100.

Ardmore 11 yo (2011/2022, Cadenhead’s, 46%)
Distilleria delle Highlands, malto torbato. Il whisky ha riposato in botti ex Pinot noir dal 2020. C: rame rosso/rosato. N: fragola e cenere, un’accoppiata degna del miglior cono gelato. La frutta è pimpante e fresca, ci sono pesche al vino e aranciata, qualcosa di geranio perfino. Lime e kiwi. Quindi frutta matura e acidula. Il tutto si innesta sulla torba di terra di Ardmore, in questo caso non particolarmente acre: carne affumicata al barbecue, fiammiferi. Ecco, ci sono screziature quasi sulfuree che non stonano ma possono non far impazzire. Comunque bello croccante al naso. P: al palato invece sembra quasi frizzantino! Pizzica di acidità e tannini, con fragoline di bosco, lamponi acerbi e ancora un tratto agrumato che ora vira più sulle tonalità del kumquat. La cenere è ancora presente: cuoio marchiato a fuoco. Ci sono poi le consuete ciliegie, un cenno di rabarbaro. Bilanciato, piacevole. F: più sui frutti rossi e sul vino che non sulla cenere. In certi momenti sembra allappante. Macis e torba.
La vivacità è senz’altro la caratteristica migliore di questo whisky. Pimpante, irriverente, il finish in barili ex vino ha dato una mano di frutta rossa senza esondare nell’eccesso di astringenza. Anche qui un whisky molto ben fatto, diamo 86/100 ma Zuc scuote il crapone calvo perché avrebbe dato anche un punto in più. La solita manica larga…

Enigma Peated Highland 14 yo (2024, Cadenhead’s, 53.9%)
Un mix di barili ex bourbon ed ex sherry per un single malt anonimo torbato proveniente da una distilleria delle Highlands. Un segreto? No, è Glenturret. Cioè un parente del nostro Ruadh Mhor. C: oro chiaro. N: dopo il gatto con gli stivali, il whisky con gli stivali. Non c’è niente da fare, il Glenturret torbato ha sempre questa galassia di sentori sporchi, dalla toma alle pentole di metallo unte lasciate sul camino spento. A questa teoria di note off un po’ stivalose si aggiunge la frutta: ananas grigliato, pomelo, mele renette. La dolcezza è quella del torrone, con un po’ di banana. Nocciole. L’alcol è assente, il cheeseburger si fa sentire sul lungo. Quasi quasi ricorda l’acqua di mare, comunque è molto saporito anche al naso, quasi umami. P: piacevole, con un bel gioco di torba e dolcezza. Ancora il torrone che si mescola alla frutta gialla e alla cenere, in un bilanciamento riuscito. Pompelmo maturo, anacardi, un’oleosità grassa di frutta secca e bacon. Il secondo palato è tutto del caramello salato. F: prende una tangenziale un filo amarognola, ma piacevole. Mandorla salata e ancora caramello. Croccante salato, ecco.
Grasso, ciccioso, con una rotondità data dal gioco di differenti barili bourbon e sherry. Forse non è profondissimo, ma comunque 87/100.

Enigma Islay 15 yo (2008/2024, Cadenhead’s, 54.8%)
Ancora single malt, ancora distilleria non dichiarata ma nota: Lagavulin, nientepopòdimeno. Small batch da 1494 bottiglie. C: oro chiaro. N: non siamo sicuri che avremmo detto immediatamente Laga. Freschissimo, pulito, un’ode al lime sottoforma di buccia e succo proprio. Succo di lime con dentro le alghe, le ostriche, i capelli delle sirene, le scaglie del Leviatano, insomma mare profumo di mare con il Laga io voglio giocareeeee… Rientriamo nei ranghi, scusate l’entusiasmo. Il fatto è che è un naso inebriante, pungentino e insieme sapido. C’è qualcosa di giardiniera, di verdurine in salamoia. Un fumo freddo si sparge ovunque, spiaggia in inverno. Purissimo e verdino, con note vegetali di insalata iceberg e cedro candito. Uva spina? Zucchero a velo cade come neve a Natale. P: buonissimo, di quella bontà soddisfacente che spesso abbiamo trovato nei Laga 12 delle Special releases. Pesce affumicato, torba spinta e sapida e un senso di oleosità diffusa, che in certe cose ricorda anche il grasso di prosciutto. C’è ancora quella dimensione vegetale di pinzimonio, di olive verdi in salamoia. E però si interseca con la dolcezza, il cioccolato bianco. Che ossimoro splendido. F: molto salato, con carpaccio di spada affumicato, magnesia e alghe.
Adamantino, 88/100. Potremmo chiuderla qui, ma vogliamo sottolineare il profilo isolano all’ennesima potenza di questo Lagavulin. Semplicemente un’idea platonica di Islay.
