Da un po’ non facciamo un salto nella patria dei manga, del sushi e dei samurai. Provvediamo subito, recensendo uno dei whisky giapponesi più economici in circolazione. Akashi è un marchio della distilleria White Oak, altro nome della Eigashima Shuzo. La quale è piuttosto antica (1888) e produce diversi brand, fra cui Tokinoka. Il Red è l’entry level, un blended invecchiato per due anni in botti ex bourbon e affinato per un anno in ex sherry. Età minima consentita per essere chiamato whisky e gradazione minima. Molto minimal, insomma. Il colore è oro antico.

N: che Buddha ci protegga da questa cosa. Il primo naso è un mix fra scarpe e marshmallows, con una dolcezza da bancarella del Luna Park e puntine di vernice. Non il miglior viatico possibile per l’olfatto, ecco. C’è un filo di caramello, della vaniglia (gelato alla vaniglia con il biscotto). Altro? Non pervenuto. Tutto è debolino, accennato. Ma non nel senso della delicatezza, proprio della scarsa intensità. Timido, un po’ di cereali e un’idea di pesca.
P: attacca con una dolcezza monodimensionale, di zucchero liquido e gelée alle pesche. Poi si fa subito vuoto e acquoso, con un legno non molto integrato. C’è un guizzo alcolico fuori luogo per una gradazione così bassa, e una parte di distillato giovane, per non dire new make. Il secondo palato riesce ad essere allappante dopo 3 anni di invecchiamento, che probabilmente è record. Sembra proprio un po’ dozzinale, artificiale e giovinastro.
F: breve, zuccheroso, cioccolato al latte e alcol. Sa di cocktail, ma quando non hai voglia di cocktail.
Debolissimo e piuttosto inutile. Non ha la piacevolezza che in sostanza è l’unica cosa che si chiede a un entry level. Ed è pure un po’ scomposto, oltre che poco intenso. Ci ha colpiti in negativo, non che ci aspettassimo un Karuizawa, ma neanche un prodotto così dappoco. 68/100.
Sottofondo musicale consigliato: Slipknot – Disasterpiece
