
Della gita compiuta dall’estensore di questa rubrica nella lontana terra dei nighiri è già circolata voce. Gli shogun di questo blog, i molto onorevoli Jacopo San e Giacomo San, non hanno perso l’occasione di festeggiare l’evento con una recensioncina croccante e quindi per ringraziarli del bel gesto è giusto contraccambiare con una serie di sapidi reportage. Che in realtà sono stati una mera scusa per girare i whisky bar, ma questa è un’altra storia e ha a che fare con la cialtroneria insita in ogni singolo giornalista…
Ad ogni modo, oggi la prima puntata delle peregrinazioni alla ricerca di whisketti giappi. Ah, gli ideogrammi nel titolo sono un cazzeggio, che non siano giapponesi doc lo sappiamo…
Più degli Yen (che si possono prelevare agli ATM), più dei dizionarietti (tanto non capirete niente e non sarete capiti comunque), l’unica cosa veramente importante quando si arriva a Tokyo per la prima volta è l’agendina con i consigli di Ale Coggi sui whisky bar da non perdere. Perché i templi sono splendidi, i grattacieli impressionanti, il sushi ottimo. Ma il whisky in Giappone non è un dettaglio. E dunque merita studio e applicazione, e una guida di livello.

L’impatto con la città non è soft. Dal ventiequalcosesimo piano del Cerulean Tower Hotel, Tokyo sembra una distesa sconfinata di cemento. Se New York è una città tentacolare, Tokyo è quantomeno il Kraken, e nel quartiere Shibuya battono i suoi cuori pop. Complice il jet-lag, una volta piazzate le valigie in camera, prima di cena ci sono tre orette da impiegare in una passeggiata culminante in un aperitivo. Quindi col naso per aria e Google maps sul cellulare è tempo di lasciarsi trasportare dalla folla di pedoni. Però siccome questa rubrica non si chiama “Zaini da orbi” e non parla di turismo, tralasceremo la statua del cane Hachiko e la gente improbabile che si incrocia su Omotesando, il viale dello shopping che sembra l’habitat naturale delle tizie con i cerchietti a forma di orecchie di gatto. Cammina che ti cammina, si finisce alla prima tappa, che a dire il vero Coggi San ci aveva caldamente sconsigliato. The Whisky Library, a pochi metri da una spiaggia (!) ricreata davanti a un negozio di scarpe Louboutin. Segui l’insegna come il Bianconiglio, e arrivi in un locale vagamente occidentale, curato ma un po’ impersonale. E per la prima volta ti rendi conto che non sarà semplicissimo farsi capire da queste parti: non hai tantissimo tempo, ma un drink è d’obbligo. Chiedi in inglese se c’è posto, e inneschi una catena infinita e inscalfibile di incomprensioni e imbarazzi. Il cameriere risponde qualcosa non del tutto intellegibile. Spieghi che vorresti solo un highball e che no, non hai prenotato, ma l’impressione è che 1) non te l’abbia chiesto e 2) al ragazzo non interessi granché. Mostra il locale pieno, in una sequela di suoni vagamente occidentali si comprende un “wait”. Abbastanza per farti rispondere che fa niente, dai, faremo la prossima volta, arigatò. Arigatò-qualcosa anche a lei.
Si torna in albergo, ma la sete rimane. Dunque ci si rifugia nella lobby, dove ci si mescola agli occidentali alle prese con birrette e prosecchi, per ordinare un Mizuwari. Sguardo vitreo del cameriere. La pronuncia lombarda non dev’essere esattamente quella di Haruki Murakami. In più, il Mizuwari sul menu non c’è. Ma non dovrebbe essere bevanda nazionale tipo il té verde? Sui social è tutto un Mizuwari, poi uno arriva qui e lo guardano male come se avesse ordinato la focaccia di Recco. Mah. Viriamo su un highball, “with japanese whisky, please”, e finalmente troviamo una maniera di comunicare. Highball a base Hibiki Harmony e ci si sente subito come Bill Murray in “Lost in translation”: pronti per la cena e per la scoperta di un mondo.
Nella fattispecie, la scoperta di un altro whisky bar, pronto ad accoglierci nel quartiere ultra-chic di Ginza, che è nella top 3 dei suggerimenti di Coggi San: l’Hibiya bar whisky-s, joint venture con la distilleria Yamazaki. Il che significa che siamo nel regno di Suntory, che come regno non è male insomma.
La scritta “whisky” in un mare di ideogrammi graziosi ma francamente oscuri è rassicurante. Compaiono dei coperchi di botte, quindi fuochino. Si scende nel seminterrato ed eccolo qui l’Hibiya di Obama San ed Eiko San. Che mi accolgono e subito ci tengono ad avvisarmi che c’è un “table charge” di sevenqualcosa Yen, se sono d’accordo. Non ho obiezioni in merito, quindi posso sedermi e ordinare un highball di riscaldamento. Come consigliatomi, vado di “Sugi sonic”, che come base utilizza single malt Yamazaki invecchiato in botti di cedro giapponese (sugi, appunto). Straordinaria potenza aromatica e croccantezza briosa. Buon inizio, nonostante l’aria condizionata tarata su temperature da taiga siberiana. E’ quasi orario di chiusura quindi ho un solo whisky da giocarmi. Vado di Hakushu 18 anni, mi manca. Il colore è difficile da capire nella penombra rilassante del locale, ma sembra un’ambra piena.

Hakushu 18 yo (2021, OB, 43%)
N: volute di cioccolato colante avvolgono il bicchiere. Nel mare magno di questa crema nougat vagano albicocche secche, papaya e mango canditi, piccole porzioni di marmellata di pesche… Goloso, mai spiattellato sulla dolcezza. Merito di quel senso di torbina minerale ed ardesia, che combinata con una nota verde di sottobosco aggiunge complessità all’olfatto. Torta sacher e foglie di menta, con un che di pietra focaia leggera, sullo sfondo. Col tempo la “verdezza” si fa più evidente: felci, caramella Ricola. E poi ancora legno incerato, elegantissimo. Ha diversi piani di lettura, diversi toni e sfumature. Ma tutto converge verso un’eleganza perfettamente bilanciata tra frutta, freschezza e voluttà.
P: pieno e più severo rispetto all’olfatto. La nota preminente è una splendida, raffinata sensazione di tabacco da sigaro Havana. Anche qui le anime fruttata e vegetale si amalgamano e si intersecano: amarene, albicocche secche, perfino un guizzo più asprigno come di ribes. Menta secca e soprattutto foglie di té lievemente affumicato sull’altro versante. Non è particolarmente dolce, piuttosto sfodera una serie di note da barile (di sherry?), che vanno dal cacao al legno di sandalo, dalle noci all’incenso, dovuto alla torbina tipica della distilleria. Caramello e mandorle, forse pinoli.
F: non lunghissimo ma ricco, con legno, caffè tostato, anacardi e cuoio. E con un tocco minerale di grafite.
La scelta è stata buona, questo è uno di quei whisky che quando finiscono, come un romanzo avvincente, ti lasciano soddisfatto ma un po’ triste. Della complessità abbiamo detto, dell’ampiezza del palato invece non ancora. Un whisky compiutamente e filosoficamente giapponese, setoso al sorso e intrigante al naso. I 18 anni sono perfetti per avere una bella integrazione tra distillato e barile. Per chi scrive, un 90/100 che funziona da iniezione di energia. Un saluto, grandi arigato-qualcosa e in omaggio un calendarietto in nome dell’amicizia con Alessandro San. Siamo per strada, pronti alla camminata di 9 km tra vie senza una sola cartaccia abbandonata. Come inizio, non c’è male.
(1-continua)






