Apriamo la settimana con il quarto capitolo della “Ian Hunter story”, con cui la distilleria celebra l’uomo che la guidò dal 1908 – anno funesto in cui venne fondata anche la seconda squadra di Milano – al 1944. Le tre precedenti releases avevano esplorato diversi angoli dell’azione di Hunter, dalla creazione di un brand icona alla difesa delle fonti d’acqua. Questa è dedicata al “malt master”, ovvero celebra l’attenzione per la materia prima che da sempre contraddistingue Laphroaig. E questo a prescindere dal fatto che alcuni suoi recenti imbottigliamenti sembrino dimenticare di quanta qualità è sinonimo Laphroaig.
Ad ogni modo, l’imbottigliamento è un 34 anni distillato nel 1987 e imbottigliato nel 2021, dopo aver riposato in botti sia ex bourbon sia ex oloroso sherry. Il packaging è sempre affascinante, il colore è un’ambra entusiastica. Ora la piantiamo con gli aggettivi e beviamo.

N: come spesso succede, a queste età le cose sono talmente evolute e integrate che è difficile scindere le note. Il che rende l’esperienza ancor più coinvolgente. Si parte con una sorta di nucleo primigenio di frutta, che va dalle pesche al melone, dal mango alla papaya, fino all’ananas grigliato. Questa frutta viene impastata con sale marino, zucchero a velo, un accenno di iodio. Dietro questa splendida e vellutata coltre di dolcezza tropicale, c’è ovviamente altro: un accenno minerale di cedro, tamarindo, e un lato più erbaceo, di foglie di tabacco accese. Eccolo, il fumo: non è feroce, dopo così tanto tempo, ma è percepibile ed elegante, come un Cohiba fumato lontano, guardando il mare, oppure come il classico falò sulla spiaggia. Té ai frutti esotici mischiato a té Lapsang Souchong. Col tempo, qualcosa di cuoio caldo. Più dolce del previsto, ma che complessità.
P: dateci frutta e carboni ardenti, e vi solleveremo non il mondo, ma di sicuro il bicchiere, per scolarlo. Siamo di fronte a un palato sinestetico, gustiamo i colori, sentiamo i profumi. La frutta rimane la materia primordiale di questo whisky, che nonostante provenga da Islay sembra arrivare da isole calde e profumate, dove albicocche, meloni, manghi e pesche si fondono con il cielo blu. In questo sorso paradisiacamente fruttato partono variazioni di fumo, sale ed erbe. La frutta sembra contenuta in un canestro di torba, che tutto cinge ed eleva a un grado superiore di magia. Una garza ospedaliera fa capolino qui e là. Ma la cosa più impressionante è il mouthfeel, così avvolgente ed elegante. Nel retrogusto ecco spezie indiane (curcuma) e una sensazione di torta alle mandorle leggermente salata. Un piccolo capolavoro.
F: di nuovo fruttatone, papaya candita, un accenno di caffè e un filo di fumo tra le poltrone di pelle di un fumoir.
Come diceva una vecchia pubblicità: se ti piace la frutta, mangiatela tutta. O bevitela. O annusala per ore. Un Laphroaig che è giunto allo stato buddhista dell’illuminazione, ha smesso di avere a che fare con le cose terrene ed è salito al Nirvana. Succede con certi whisky trentenni, ma non sempre. A volte il legno prende il largo, il corpo si sfalda, le tentazioni amarognole si dipanano. Invece qui rimane eccezionalmente compatto e setoso, con una bellissima texture oleosa che tiene insieme appunto il lato fruttato e la torba elegante. Sappiamo che qualcuno avrebbe preferito più nerbo isolano, ma sinceramente in un 34 anni noi invece speravamo di trovare proprio questo: classe innata da 93/100. Lo trovate anche qui.
Sottofondo musicale consigliato: Žtk – Inspiration
