Avanti Savoia, avanti Morisco. Arriviamo al quinto episodio della serie marmorizzata del nostro amico Andrea Morisco, stavolta dedicato a un dettaglio della pavimentazione di Santa Maria Maggiore di Roma. Di questo passo diventeremo piastrellisti a forza di parlare di ceramiche e mosaici. Almeno avremmo un lavoro rispettabile, invece siamo qui a bere fingendo di recensire…
Ad ogni modo, oggi è il turno di un Ben Nevis di 9 anni maturato nell’ex bourbon hogshead numero #1660. Sono 260 le bottiglie disponibili e il colore è chiarissimo, come un bel vino bianco minerale.

N: eccolo il “sudore” di Ben Nevis, quel tratto a metà strada fra la metallurgia e la scarsa igiene personale che ci fa impazzire. Ci sono note sporchine, come di verderame e zolfo, seguite da carrube, bucce di arachidi, cacao in polvere, fondi di caffè… Ben Nevis è l’unico whisky che ha note di sherry appena uscito dall’alambicco! La frutta è limitata a qualcosa di disidratato (pere, mele), più che altro ci sono note di porridge, con latte intero un po’ pannoso e chips di muesli. Molto rispettoso del carattere della distilleria e anche ben equilibrato. Diluito, si fa cremosino, tipo Nespresso Vertuo (Iban a seguire, cari amici della multinazionale con sede anche a Milano…).
P: tantissima roba in pochissimo spazio. Nel senso che un naso così diretto e minimale non lasciava presagire un tale assembramento di note grasse e piene. Perché appena oltre il primo palato – spiritoso, tutto su alcol e pera – si espande un universo di cacao amaro, noci, malto, spezie. Dimenticavamo una nota come di gas metano, idrocarburica, molto affascinante. Bastoncini di liquirizia pressati all’inverosimile. A cui segue un tocco saporito, come di estratto di dado. Nuota bene, la diluizione è come se desse spazio alle supernova del distillato per stiracchiarsi un po’. Emerge un cioccolato al caffè sontuoso.
F: mediolungo, saporito, quasi umami. Cioccolato salato, caramello salato. Arachidi tostate a badilate e cacao. Con acqua il finale è delizioso.
Non per tutti, senz’altro. E già questo ci conquista. Un giovane Ben Nevis “comme il faut”, con le asperità e disparità tutte ben esposte e un’ulteriore difficoltà in un palato straordinariamente denso di piccole esplosioni sensoriali. Non un esempio platonico di ordine, ma un bel caos creativo come sarebbe piaciuto a quel baffo Moretti di Nieztsche. E poi ragazzi, il finale è qualcosa che vale la pena: premio della giuria per l’autenticità, 87/100.
Sottofondo musicale consigliato: Marta sui tubi – Dispari
