Continua il nostro sfoggio di benessere figlio della serata trascorsa qualche tempo fa a tracannare Bowmore come se fosse Gatorade dopo una maratona. Dopo i 5 della prima puntata, eccoci con altri 4 assaggini.

Bowmore 16 yo limited edition 1989 (1989/2005, OB, 51,8%)
Edizione limitata a grado pieno, un mix di 134 barili ex bourbon, quindi limitata fino a un certo punto. C: oro bianco. N: sorprendente, come iniziare un film romantico con un efferato omicidio. Si apre su lana bagnata e té. Té Earl grey, nella fattispecie, a testimoniare una freschezza dietro la dominante umidità, che arriva fino al fieno in cascina e al burro semisciolto e un po’ irrancidito. Un olfatto molto complicato, che mescola sensazioni contrastanti. Perché al di là del lato più sporchino si agita anche una frutta molto bourbon oriented (cocco e ananas) e si intravvede (o si dirà “intraodora”) un guizzo floreale, anche se più sottile rispetto ad altri dram di stasera. Una torba aromatica che ricorda il narghilè alla mela – ma molto più catramosa – chiude il naso. P: l’alcol tiene bene, e il tocco di sapone alla mela verde è fortunatamente transitoria. Si amplia invece l’influsso della frutta secca, secca anche nel senso che dona astringenza: noci brasiliane belle unte e mandorla, amarognola. Parallelamente, si fa strada un lato più “verde” di mentuccia, è senz’altro il più balsamico della serata. La torba è dolce, come se qualcuno avesse messo un cioccolatino Raffaello (cocco e cioccolato bianco) in una campana di fumo sottovuoto. Sperimentale eh? F: croccante alle mandorle bruciato, ananas alla griglia, erbe balsamiche e lavanda. E caffè.
Abbiamo la sensazione che se dovessimo riassaggiarlo fra due mesi potremmo scrivere cose assai diverse. Un po’ perché siamo dei cialtroni, ma soprattutto perché è un whisky sfuggente, mutevole, che parla tante lingue e non tutte comprensibili. Il naso per esempio è un rompicapo, ma anche il palato non è catalogabile facilmente. Per solutori più che abili, astenersi cercatori di bevute banali: 86/100.

Bowmore 16 yo Sherry matured limited edition 1990 (1990/2006, OB, 53,8%)
Un vatting di 39 barili di sherry. C: rame. N: l’alcol e la sensazione di legno puro qui sono più pungenti e forse l’impatto del rovere qui sembra un po’ contundente alle prime: quasi viene in mente il sughero. Se si attende qualche secondo, però, le difese naturali del dram si abbassano e ci si può addentrare in un naso deliziosamente Bowmore e pienamente sherry: sigaro profumato, noci, olio per capelli, mocassini di cuoio appena lucidati! Queste note si legano benissimo alla parte più fruttata, fatta di prugne rosse un po’ asprigne, arance cotte e uvette rinvenute nel rum. Che poi usiamo per inzupparci un babà. E per versarlo sui mobili di casa… va beh, ci siamo capiti, la pennellata di sherry è importante. La torba è nelle retrovie ed è delicatamente floreale, elegante, un Montecristo acceso e lasciato lì, ma forse lo avevamo già detto. Con acqua la nota floreale si amplia. P: potentissimo, finora il più muscolare della serie. Un colosso di liquirizia e sherry liquoroso, dai toni rossi cupi. Amarene astringenti, noci e nocino, con anche una distinta acidità da ribes. La torba è acre, di garza bruciata: chi ha dato fuoco al malato del letto 19? Cresce anche la parte marina, con sale (ovviamente sparso sulle ferite del malato del letto 19, che proprio se lo merita!) e mercurocromo. Con acqua si fa più cremoso, mokaccino bruciacchiato e violette, maledette voi, che iddio vi faccia sparire dalla faccia della terra… F: lungo, con fichi secchi e cioccolato sbocconcellati davanti al falò. E un po’ di marmellata d’arancia se lo si diluisce.
Non che questo sia un whisky sempliciotto, anzi rimane molto complesso, ma almeno si capisce chiaramente dove si vuole arrivare. Lo sherry è deciso, la torba è decisa, e noi siamo decisamente contenti di averlo bevuto. Va da sé che le note più mineraline e tropicali di Bowmore qui bisbigliano appena, ma quel che dicono rende il discorso ancor più suadente. 88/100.

Bowmore 17 yo (2002/2019, Cadenhead’s, 53,6%)
Un single cask (bourbon hogshead) da cui sono state tirate 294 bottiglie. C: vino bianco. N: il primo naso è davvero singolare e intrigante, un mix di cocco e soprattutto olio di argan e burro di karitè. In sostanza, profuma di crema corpo. La seconda sensazione arriva direttamente dal barile ed è un velo di legnosità che ricorda l’English breakfast tea. Accanto, una nota erbacea che tiene insieme un senso di fieno/paglia secca e una bella sensazione resinosa di pino. Non manca ovviamente il corpo più spiccatamente isolano dell’olfatto, che va dai frutti di mare alle garze, dal tabacco alle alghe fino al grasso di speck. Non particolarmente torbato, ma intensamente fumé e saporito. P: cocco essiccato e affumicato, burro di cacao (ma nel cioccolato bianco). Dopo l’ingresso morbido, però, si dimostra parecchio torbato e salato: pesce alla griglia, con ampie spolverate di pepe. L’invecchiamento in barili non troppo coprenti permette di distinguere la materia prima, quel bell’orzo torbato che si assaggia in distilleria. In effetti la nota primaria farebbe pensare a un whisky più giovane. Chiude il palato e apre un nuovo capitolo una nota oleosa lunghissima, fatta di arachidi super tostate, olio di oliva amarognolo e una patina di paraffina e cera. Bello assai. F: avvolgente e salato, con ancora arachidi e olio d’oliva, té e un tocco di distillato.
Ci entusiasma perché è eccentrico rispetto agli altri assaggiati e parallelamente molto concentrico sull’orzo torbato, la materia prima. Quel secondo palato così intrigante, fatto di mineralità e oleosità, ci fa impazzire, lo sapete. Un Bowmore quasi zero fruttato e floreale, un Bowmore “broresco”, se ci passate la bestemmia. Ecco perché si merita 88/100 nonostante alcuni guizzi di gioventù che non dovrebbero esserci.

Bowmore 21 yo Chateau Lagrange (2021, OB, 48,4%)
Limited release in French oak barriques di primo riempimento di Chateau Lagrange grand cru classé grand ingegner mascalzon figldiputt. C: aranciato brillante. N: una bancarella di frutta secca ed essiccata. In generale la sensazione è proprio polverosa, terra arida, noci, nocciole, pinoli e spezie altrettanto in polvere (cumino). Tutto dettato evidentemente dalle barriques, che fanno il loro mestiere. Così come lo fa il vino, che regala cannella, datteri, tannini e acidità quasi umami (Corrado ci parla di aceto giapponese). Cioccolato fondente, anche. La maturazione è invasiva, ma il risultato è piacevole. Ah, dimenticavamo la frutta, che abbiamo accennato solo in apertura: bacche di goji, pesca e albicocca disidratate, uva fragola. P: ah che gioia, bello aperto e simpatico, con la stessa frutta ma molto più viva: uva fragola, mirtilli rossi e pesche al vino. Vino che non è esagerato, non frusta con la sua astringenza. Certo, una buona dose di cioccolato amaro, liquirizia pura e un tocco vinoso e teso non manca. Ma ci fermiamo in territori di piacevolezza. La torba è sui toni della legna bruciata e delle caldarroste, e porta con sé una certa oleosità. Con acqua invece si fa troppo legnoso. F: molto coerente, con ancora liquirizia amara salata, marmellata di uva fragola e nocciola incenerita.
Non ci avremmo scommesso neanche gli ultimi 5 euro rimasti sul conto di Giacomo, eppure il risultato è ottimo. L’equilibrio è quasi un’acrobazia da equilibristi, con tanti sentori così pesanti a opporsi e spalleggiarsi fra loro. Un convinto 90/100, con il consiglio di non diluirlo.
