
Il fascino del biologico non ha mai fatto granché presa sulla cinica squadra di Whisky Facile, ma recentemente è ovunque e quindi siamo scesi a patti con le nostre idiosincrasie e non mettiamo veti agli assaggi. Soprattutto se si tratta di una distilleria nuova fiammante, di cui ancora non abbiamo provato nulla. Nc’Nean (pronuncia Nook-knee-anne, la “regina degli spiriti”: avevamo bisogno di un altro nome gaelico pronunciato in sessanta modi diversi, grazie…) è stata fondata da Annabel Thomas nella fattoria di famiglia di Drimnin, nella penisola di Morven, proprio di fronte all’isola di Mull e al faro di Tobermory. Il master distiller sarebbe dovuto essere Jim Swan, che però purtroppo dopo aver progettato la distilleria è scomparso nel 2017. La produzione è iniziata nello stesso anno e – sotto la guida di Gordon Wood – nell’agosto 2020 è stata lanciata la prima release ufficiale, un single malt in una bottiglia che a prima vista ricorda un acquario e a seconda vista fa venire in mente un gin dalle botaniche molto erbacee. Ma siccome le vie del marketing sono infinite, avranno avuto le loro buone ragioni. Sì, ma cosa c’entra il bio? C’entra perché Nc’Nean è “la prima distilleria di Scotch totalmente biologica”, nonché molto ecosostenibile, dato che utilizza energie rinnovabili e ricicla qualsiasi cosa.
Insomma, questo è il decimo batch del single malt di base ed è invecchiato in un mix di barili: 65% barili di vino rosso STR e 35% ex bourbon. Ne hanno tirate 5.040 bottiglie e noi ringraziamo Herr Ansalone che dalla Baviera ci ha portato questo e un altro sample. Il colore è oro pieno.

N: che gioventù ruspante, con tutto il suo corredo di balocchi: pera, canditi e lievito ingombrano la cameretta, pardon l’olfatto. A dire il vero l’approccio è un po’ sgarbato. Dietro, però, si nota una parte più ricca, fatta di scorzette d’arancia, caffè tostato e Mon Cheri, tutte note dai barili STR. Ha bisogno di tempo per migliorare, normalizzarsi e perdere un po’ i lieviti da new make. La frutta è sempre candita, ma si aggiungono cedro e mela, con un po’ di vaniglia. Platano e un tocco curioso che ricorda certi chewing gum all’uva degli anni Ottanta. Da cui come insegna Manuel Agnelli non si esce vivi. Anche per colpa dei chewing gum.
P: più evoluto e cremoso rispetto al naso, anzi quasi burroso. Crema di nocciole senza zucchero e biscotti shortbread. Il corpo è piuttosto pieno e l’alcol ben integrato. La frutta è più sull’agrume, con arancia e soprattutto pompelmo rosa. Spuntano anche speziette varie (miste: noce moscata, macis, pepe bianco), arachidi e un accenno di vinosità quasi liquorosa. Ogni tanto un filo di alcol spunta, tradendo la giovine età.
F: astringente e più acidino, pompelmo e un tocco di vino.
Come iniziare le elementari non con le addizioni, ma con il calcolo degli integrali. Per nulla semplice come profilo, questo giovine whisky dalla maturazione così particolare. A tre anni, d’altronde, senza un uso un po’ spregiudicato dei barili sarebbe difficile ottenere un risultato così pieno, soprattutto al palato. Che è anche la parte più compiuta e soddisfacente, mentre il naso rimane un passo indietro e il finale inevitabilmente anche tre passi indietro. Detto questo, la cosa funziona e a occhio funzionerà ancor meglio fra qualche anno: 83/100.
Sottofondo musicale consigliato: Camille Saint-Saëns – Aquarium (da “Il carnevale degli animali”), omaggio alla bottiglia subacquea…
